La terapia dell'insufficienza
renale è attualmente assai perfezionata. Basti pensare che circa
40 anni fa l'insufficienza renale cronica era una malattia inevitabilmente
mortale, mentre oggi essa si può curare con ottimi risultati.
Purtroppo la
durata della vita di un Paziente con insufficienza renale cronica non è
ancora esattamente paragonabile a quella di un Paziente sano. In ogni caso
alcuni dei primi emodializzati (i programmi di emodialisi sono iniziato
approssimativamente nel 1968) sono ancora vivi e qualcuno, del tutto recentemente,
ha addirittura ricevuto un trapianto di rene: per esempio a Treviso è
stato trapiantato di rene da cadavere nel 1990 un Paziente dopo oltre 21
anni di emodialisi (iniziata nel 1969).
Dialisi e trapianto
permettono quindi sopravvivenze assai prolungate.
Un confronto
tra le tre principali metodiche di terapia e cioè il trapianto di
rene, l'emodialisi e la dialisi peritoneale è però assai
difficile, perché spesso si tratta di confrontare Pazienti in condizioni
cliniche molto differenti. Per esempio, i Pazienti assai malati o molto
debilitati non possono essere trapiantati, mentre possono ancora essere
trattati con la dialisi. Quando si è tenuto conto di questi fattori,
non si è mai riusciti a dimostrare
con assoluta certezza che una metodica sia superiore all'altra nel prolungare
la sopravvivenza dei Pazienti, che è risultata ottima con tutte
e 3 le metodiche.
Lo scopo principale
del trapianto non è quindi quello di prolungare la sopravvivenza,
ma di migliorare la qualità della vita
e proprio per questo motivo la decisione di essere trapiantato dev'essere
presa dal Paziente, piuttosto che imposta dai medici.
In linea di
massima occorre comunque sottolineare come, delle tre metodiche, il trapianto
di rene è quella che richiede un Paziente nelle migliori condizioni
cliniche, sia per sopportare gli effetti collaterali della terapia immunosoppressiva,
sia gli interventi chirurgici maggiori, sia le eventuali conseguenze negative
di un insuccesso del trapianto.
Del tutto recentemente sono
apparsi alcuni studi che sembrerebbero suggerire che il trapianto di rene
da cadavere potrebbe migliorare la sopravvivenza di tutte o almeno di certe
categorie di Pazienti con insufficienza renale cronica, purché siano
considerati fisicamente idonei al trapianto (si tratta sostanzialmente
quindi dei dializzati nelle migliori condizioni cliniche). Segnaliamo in
particolare l'articolo apparso nel Dicembre 1999 nel New England Journal
of Medicine, vol. 341, n. 23, pagine 1725-1730.
Ciò è probabilmente vero
per i Pazienti diabetici che non manifestino gravi malattie cardiovascolari,
ma secondo alcuni studi tutti i Pazienti che hanno ricevuto un trapianto
di rene da cadavere sono sopravvissuti mediamente più a lungo di
coloro che, pur essendo stati considerati idonei al trapianto, non sono
stati trapiantati. Ancora una volta occorre consigliare prudenza nell'interpretare
questi dati, infatti gli studi non hanno confrontato i Pazienti in base
al loro reale stato clinico (malattie del cuore, del fegato, ecc.), ma
soltanto in base all'età ed all'idoneità o meno al trapianto:
è possibile che i Pazienti che effettivamente hanno ricevuto un
trapianto fossero in condizioni cliniche migliori di quelli che non sono
stati trapiantati.
Infine va sottolineato che
molti studi (ma non tutti) evidenziano come i riceventi di un trapianto
di rene da donatore vivente abbiano sopravvivenze mediamente più
alte rispetto ai dializzati ed ai trapiantati da donatore cadavere.
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