
L'anno dell'occupazione 1917-18 e la sanità nell'Opitergino-Mottense
Il 6 novembre 1917, il Sindaco di Oderzo, Antonio Levada, rassicurava il Prefetto di Treviso in questi termini: “Non partirò certamente fino a che non veda (e Dio guardi) il nemico alle porte della città; in quel momento farò ciò che le ultime autorità militari della retroguardia mi ordineranno di fare”. Il Sindaco Levada aveva ben motivo di temere il peggio, argomenta Eugenio Bucciol, storico che ha fatto della sua trentennale permanenza a Vienna un’occasione importante per trarre dagli archivi della capitale austriaca una straordinaria documentazione sull’occupazione delle truppe austroungariche in Veneto dopo la disfatta di Caporetto.
Il 1° novembre erano cadute le teste di ponte di Dignano e di Codroipo ed era stata abbandonata Latisana. Il 7 novembre le colonne militari raggiungevano la Livenza ed il giorno dopo occupavano Motta, Sacile e Conegliano. Entrarono ad Oderzo il 9 novembre e nel pomeriggio dello stesso giorno venivano fatti saltare i ponti sul Piave, tranne quello di Vidor, distrutto dopo poche ore. Il Piave diventava la nuova e ultima linea del fronte.
La cronaca dell’invasione nell’Opitergino è affidata alla penna attenta ed efficace di Cunegonda Bozzetto, moglie di Marco Roman, portalettere di giorno per la strade di Piavon e calzolaio di sera. Apre il diario, riproposto in occasione del 90° anniversario dell’occupazione dalla Libreria Opitergina con presentazione e trascrizione di Mario Bernardi, la denuncia della sparizione della bicicletta che rappresentava per lei un patrimonio prezioso e un simbolo di agiatezza. Catastrofiche, nelle famiglie, furono ancora di più le conseguenze dell’esproprio del bestiame da latte che costituiva insieme con il maiale il companatico da accompagnare alla polenta.
Gli esuli delle terre invase si dispersero in varie regioni. Molti trovarono asilo a Milano, a Bologna, a Modena, a Siena, a Firenze. Nel febbraio 1918, riprese ad operare il servizio comunale di tesoreria grazie alla riconosciuta continuità del contratto per esazione delle imposte dirette, stipulato con la Banca Trevigiana del Credito Unito, trasferitasi anch’essa a nel capoluogo toscano.
Gli austriaci, racconta una testimonianza presentata nella raccolta pubblicata per la ricorrenza storica dall’Associazione “La Fontana” di Rustignè, avevano mandato in Friuli quelli che abitavano fino al Collegio Brandolini, dove era stato allestito un ospedale. I malati vennero poi trasferiti vicino ad Udine, a Buttrio.
Nemmeno i sani, sfollati, se la passavano bene: “Eravamo tutti pieni di pidocchi e morti di fame”.
Quello che non dicono, sullo stato di salute della popolazione civile e dei feriti, gli archivi dell’Ospedale di Oderzo, andati dispersi, raccontano invece le fotografie degli archivi di Vienna. Dalle ricerche di Eugenio Bucciol, si apprende che l’assistenza medica austroungarica veniva erogata anche alla popolazione civile, con l’apertura di ambulatori e di reparti speciali negli ospedali che fornivano servizi lacunosi, subordinati alle esigenze della sanità militare. I feriti, il cui numero aumentò a dismisura nella battaglia del Solstizio, venivano trasportati anche con carri agricoli sequestrati. Spesso, i soldati bisognosi di cure erano assistiti alla meglio nelle chiese, come dimostrano istantanee scattate all’interno della Basilica dei Miracoli di Motta di Livenza.
Giuseppe Migotto







